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Località: italia/francia.
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Sante Geronimo Caserio
Nacque da una famiglia contadina. Ebbe numerosi fratelli e il padre morì di pellagra (una malattia provocata dall'alimentazione contadina di allora, costituita quasi esclusivamente di polenta) in un manicomio. Non volendo pesare sulla madre, a cui era molto affezionato, all'età di dieci anni scappò di casa per trasferirsi a Milano. Qui trovò lavoro come garzone di un fornaio. Venne in contatto con gli ambienti anarchici locali e diventò anarchico egli stesso nel 1891, a seguito degli scontri di Piazza Santa Croce in Gerusalemme avvenuti il primo maggio a Roma. Successivamente fondò un piccolo circolo anarchico nella zona di Porta Genova denominato A pè (in milanese "a piedi", cioè "senza soldi"). Pietro Gori lo ricordava come un compagno molto generoso; raccontava di averlo visto, davanti alla Camera del Lavoro, dispensare ai disoccupati pane e opuscoli anarchici stampati con il suo misero stipendio. Nel 1892 venne identificato e schedato durante una manifestazione di piazza; arrestato per aver distribuito un opuscolo antimilitarista a dei soldati, fu costretto a fuggire prima in Svizzera, a Lugano e Ginevra e poi in Francia a Lione, Vienne e Sète. L'omicidio di Sadi Carnot Il 24 giugno 1894, deciso a vendicare Auguste Vaillant a cui il presidente Carnot aveva negato la grazia si recò a Lione dove Carnot era atteso per l'inaugurazione dell'Exposition Universelle. Caserio attese che il corteo presidenziale transitasse in piazza della Repubblica, quando approfittando della confusione si avvicino alla vettura agitando un foglio di carta. I poliziotti pensando che dovesse sottoporre una supplica al presidente lo lasciarono avvicinare fino a montare sul predellino della vettura. Raggiunto il Presidente, lo colpì al cuore con un coltello dal manico rosso e nero (i colori che simboleggiano l'anarchismo). Dopo l'atto tentò la fuga, ma fu trattenuto dai passanti e quindi immobilizzato dalle forze dell'ordine. Il processo e la condanna a morte Fu processato il 2 e 3 agosto. Di fronte al tribunale che lo condannò alla ghigliottina tra le altre cose disse: « Dunque, se i governi impiegano contro di noi i fucili, le catene, le prigioni, dobbiamo noi anarchici, che difendiamo la nostra vita, restare rinchiusi in casa nostra? No. Al contrario noi rispondiamo ai governi con la dinamite, la bomba, lo stile, il pugnale. In una parola, dobbiamo fare il nostro possibile per distruggere la borghesia e i governi. Voi che siete i rappresentanti della società borghese, se volete la mia testa, prendetela » Al processo, infatti, non tentò mai di negare il proprio gesto, né di chiedere la pietà del giudice. Gli fu offerta la possibilità di ottenere l'infermità mentale e in cambio avrebbe dovuto fare i nomi di alcuni compagni, ma Caserio rifiutò ("Caserio fa il fornaio, non la spia"). In cella, mentre attendeva la condanna a morte, gli fu anche mandato il parroco di Motta Visconti per l'estrema unzione, ma egli rifiutò di confessarsi e cacciò il prete. Fu giustiziato il 16 dello stesso mese tramite ghigliottina, sul patibolo, infine, un attimo prima di morire gridò rivolto alla folla: "Forza, compagni! Viva l'anarchia!". Le reazioni in Francia Il gesto di Caserio provocò diversi atti di violenza e intolleranza da parte dei francesi contro i numerosi immigrati italiani, compatrioti dell'assassino. Subito dopo l'attentato il consolato italiano di Lione fu assaltato e difeso a stento e diversi negozi di italiani vennero saccheggiati. I disordini furono tali da condurre all'arresto di 1200 persone in poche ore. Nel resto della Francia si assistette a numerosi licenziamenti di lavoratori italiani e nei giorni successivi si registrarono almeno 3000 rimpatri. Contemporaneamente però, e nei mesi a seguire, si verificarono numerosi arresti per apologia di reato nei confronti di sostenitori dell'azione di Caserio; tra questi Alexandre Dumas (figlio). A livello legislativo si ebbe inoltre una stretta repressiva con l'approvazione delle cosiddette "leggi scellerate" che vennero duramente contestate in Francia.
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